Non saprei bene come descrivere la situazione che stiamo vivendo e questa specie di apocalissi cui bisogna far fronte, ma la cui natura sfugge ai più. Anzi sfugge completamente perché la corrente mainstream dell’informazione non l’affronta e non l’analizza: si divide fra trumpiani e globalisti secondo le linee del cartamodello ideologico creato dal neoliberismo che è anch’esso tarlato e accartocciato, mostrando forme degenerate rispetto a quando è uscito dalla tipografia della storia. Ciò a cui stiamo assistendo è infatti la detronizzazione dell’Occidente dalla sua posizione di preminenza assoluta che deteneva da quattro secoli e formatasi nel ‘600. Soprattutto riflette l’incapacità dell’America di sostenere il sistema neoliberista dopo la sua finanziarizzazione e deindustrializzazione: certo, si può fare denaro partendo dal denaro, secondo la formula del capitalismo nato in Italia più o meno 700 anni fa. Ma vedete, dal Trecento fin quasi alla fine del Cinquecento l’Italia è stata l’area più ricca di tutto l’Occidente e si è potuta permettere il Rinascimento, ma quando Colombo scoprì il nuovo mondo l’asse economico si spostò dal Mediterraneo all’Atlantico e perciò i commerci su grande scala di Genova e Venezia, così come la trasformazione dei prodotti nelle altre regioni italiane, fecero un tonfo epocale. Denaro per fare denaro, ma questo funziona solo sulla base di attività economiche reali.
E queste ultime negli Usa sono ormai ben lontane da sostenere la bolla del capitalismo finanziario: i dazi di Trump non sono altro che il disperato tentativo di sterzare all’ultimo momento e nello stesso tempo di arginare la crescita dell’Asia. Ma tutto questo accade troppo tardi: essi ora rischiano di compromettere la residua credibilità degli Usa, ma anche di colpire e affondare le aziende americane dell’IT che producono altrove, di fare crescere l’inflazione interna negli Stati Uniti e soprattutto di cerare un pool asiatico delle tecnologie finora in qualche modo fratturato dall’influenza americana su Giappone, Corea del Sud e Taiwan. I dazi imposti a Cina (34%), Vietnam (46%), India (26%), Indonesia (32%), Cambogia (49%), Malesia (24%), Corea del Sud (25%), Thailandia (36%), Birmania (44%), Taiwan (32%) e Giappone (24%), non faranno altro che creare una nuova solidarietà commerciale asiatica.
Del resto i dazi sono stati messi anche ad altri Paesi dell’area americana come Canada e Messico e anche all’Europa che ora protesta, ma che ha messo a sua volta i dazi su prodotti cinesi e dunque essa stessa non crede nel globalismo di cui sembra essere l’ultima fedele interprete. E tutto questo, come espressione ideologica del neoliberismo all’ultimo stadio, ha un senso solo dentro una prevalenza occidentale e la capacità di imporre a tutti i propri interessi, sia con la forza che con la minaccia o ancora con la persuasione di un consumismo sfrenato come fu ai tempi della guerra fredda. Nel momento in cui ciò non è più possibile, il globalismo semplicemente non ha più senso. In tale quadro i Paesi europei si trovano davvero a mal partito: la normale e ovvia reazione ai dazi americani sarebbe l’espansione dell’export ad altre aree del mondo, ma questo non è possibile farlo perché sono state messe sanzioni a non finire alla Russia, che è la porta dell’Asia, dazi e altre difficoltà di export alla Cina, e così viene esportata ostilità dappertutto. Senza dire che l’appoggio sostanziale alle stragi in Medio Oriente ha distrutto qualsiasi pretesa di superiorità etica. In più tutto questo ha aumentato di molto il prezzo della bolletta energetica, per cui il sistema produttivo è entrato in crisi e sviluppa inflazione interna che, anche se viene manipolata statisticamente, risulta evidente a tutti e pesa ormai in maniera insopportabile sui ceti popolari.
L’unica risposta ai dazi americani sarebbe quella di cessare la guerra che ci tiene prigionieri e riprendere le relazioni con tutti. Invece il milieu politico al servizio del globalismo che domina l’Ue, impone i suoi ideologismi e si dedica alla caccia agli ultimi risparmi dei cittadini per buttarli nella fucina della speculazione in modo da mantenere in piedi la bolla fin che si può. Paradossalmente da una parte vogliamo a tutti i costi continuare un conflitto che abbiamo iniziato in nome degli interessi strategici americani e dall’altra ci lamentiamo della guerra economica di Washinton. Non ci sono soluzioni che tengano o giravolte alla Meloni che possano cambiare questa situazione: l’unico varco possibile per noi, come per altri Paesi, è quello che porta all’uscita di emergenza da questo folle accrocchio di assurdità che si chiama Ue. E dei loro cantori che arrivano a dire come fare la pace sia contro la Costituzione. Ma si sa che nei grandi cambiamenti i pagliacci non mancano mai.
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