Qualche giorno fa è apparso un lungo articolo sul New York Times, uno dei principali house organ del globalismo, nel quale si addossavano agli ucraini tutte le colpe di ciò che era andato male nella battaglia contro la Russia. Ci ho anche fatto un post per dire che proprio queste recriminazioni erano un segnale di ammissione di sconfitta. Tuttavia il giornale nell’affrontare questo argomento con l’intenzione di imbiancare i disastri dell’amministrazione Biden, ha di fatto ammesso che gli Usa sono stati strutturalmente in guerra con la Russia, anche al di là delle fornitura di finanziamenti e di armi: una base statunitense a Wiesbaden, in Germania, ha fornito agli ucraini le coordinate delle forze russe presenti sul loro territorio svolgendo un ruolo essenziale nella conduzione della guerra; l’intelligence e l’artiglieria a stelle e strisce hanno aiutato in maniera massiccia le truppe di Kiev, non addestrate all’uso delle armi Usa e, infine all’esercito americano e alla Cia è stato permesso di partecipare attivamente agli attacchi contro il territorio russo e contro le popolazioni civili. Cosa quest’ultima che è la normalità della dottrina bellica americana, ma angosassone in generale, come abbiamo potuto toccare con mano in un secolo di storia.
Tutto questo apre fosche prospettive riguardo al possibile raggiungimento della pace, perché mette in luce una frattura che ormai esiste tra Kiev e gli Usa. Lo dimostra anche il fatto che i russi abbiano aderito al cessate il fuoco, limitatamente alle strutture energetiche, arrivando ad abbattere droni già in volo per distruggere alcune delle sotto centrali elettriche ancora funzionanti, mentre gli ucraini hanno del tutto ignorato questo accordo temporaneo e hanno continuato i loro sforzi, per lo più inefficaci, di attaccare le strutture energetiche dalla parte russa. Ciò vuol dire che Trump può giravoltare quanto vuole, ma non controlla gli ucraini oppure non controlla una parte dei servizi americani e non si sa cosa sia più plausibile. Insomma non ha buone carte in mano: non può costringere Kiev a firmare l’oneroso accordo sulle terre rare che peraltro nemmeno esistono (ma che fanno da contentino per l’opinione publica americana) e sulla gestione delle risorse del Paese che si tradurrebbe nell’accettazione di un regime coloniale umiliante per l’Ucraina e dai costi colossali per gli Usa. Le infrastrutture ucraine rimaste funzionanti non vengono ammodernate dai tempi sovietici e sono assolutamente decrepite; quasi la metà della popolazione è già fuggita (la più parte in Russia) e molti fuggiranno da questo inferno nel momento in cui i confini saranno nuovamente aperti dopo la caduta del governo centrale che è ormai una precondizione per ogni tentativo di accordo o di resa; una consistente parte della popolazione in giovane età è stata falciata dalla guerra e il resto, salvo i burocrati del regime, vive in condizioni estremamente misere grazie alla guerra della Nato. Insomma gli appetiti speculatori e le immaginazioni su una “ricostruzione” si infrangono contro una realtà degradata e tossica.
Infatti nemmeno la Russia intende ficcarsi in questo buco nero e si limiterà a pretendere che il vasto territorio ucraino, meno le aree russofone non rappresenti più un rischio per la Russia e non torni ad essere usato come una clava occidentale contro Mosca. Ma, a meno che gli europei non si vadano a cacciare in una trappola mortale, non traverserà il placido Dniepr, salvo che nella parte sud. Probabilmente non accetterebbe il territorio ucraino nemmeno se le fosse offerto gratuitamente. Però,comunque vadano le cose, la fine della guerra non farà cessare i problemi, ma ne creerà di nuovi, soprattutto per l’Europa, ormai completamente esclusa dalle trattative che contano, anche se cerca scompostamente e in maniera ricattatoria di far continuare il conflitto per ritagliarsi un posto al tavolo della pace e per sostenere in antitesi con Washington la visione globalista delle cose. Insieme a milioni di problemi c’è infatti anche quello delle numerose formazioni naziste bene armate e temprate dalla battaglia che non accetterebbero un regime coloniale di cessione delle risorse del Paese e soprattutto vorrebbero vendicarsi di un Occidente che li ha spinti alla guerra, li ha portati al massacro e poi li ha abbandonati. Numerose dichiarazioni raccolte fra questi combattenti denunciano tale stato d’animo. Questo naturalmente è solo parzialmente un problema di Trump e delle fantasie sulla gestione di tutti gli asset ucraini, ma esclusivamente dell’Europa dove la vendetta sarebbe più facile e più a portata di mano. Forse l’inquilino della Casa Bianca dovrebbe capire che prima di sistemare la questione ucraina deve sistemare quella interna che per l’appunto è la sua vera guerra.
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